lunedì 16 agosto 2010

Giorno 28 (e 29)

Ultima sveglia per noi nel nostro bellissimo motel. La giornata è già programmata: si va agli Universal Studios di Hollywood.

Il parco apre alle nove, noi arriviamo alle nove e mezza pensando comunque di non trovare tanta gente a quell’ora. Grosso errore: il parco è già pieno e c’è coda anche per fare i biglietti. Due 79$ di entrata! Certo, è un annual pass, ma sai che soddisfazione… è proprio dietro l’angolo per noi. Poco male, penso, poi lo rivendo e recupero un po’ sulla spesa. Eeee no. Perché sul pass, oltre al mio nome ci hanno registrato le mie impronte digitali, giusto per non sbagliarsi che uno vada in giro con le dita di un altro…

Entriamo e ci diamo un’occhiata intorno. C’è qualcosa che non mi quadra. Io mi aspettavo che gli Universal Studios fossero principalmente un museo con particolari famosi dei film e con possibilità di visita ai set delle loro produzioni. E invece no. Ci sono solo attrazioni, spettacoli, montagne russe, insomma è una specie di Gardaland sul tema dei vari film universal ma di studios neanche l’ombra. O meglio, un Tour degli studios c’è, ma anche se ci sono alcune piccole ambientazioni riconoscibili, è comunque una carnevalata deludente.

Menzione d’onore per il simulatore di montagne russe dei simpson: indistinguibile dalla realtà. Per capire che non era vero ho dovuto cercare alcuni punti fissi alle spalle, che altrimenti lo schermo 360° non ti lasciava orientamento. Anche con Shrek 4D, con occhiali 3D e “effetti speciali” sullo spettatore era è stato decisamente interessante.

Una costante però di TUTTE le attrazioni è l’acqua. Non esiste nessuna attrazione in cui sia possibile rimanere all’asciutto. Perfino quando sei su un simulatore, ci ficcano dentro una scena in cui di dovrebbe arrivare addosso dell’acqua e dal sedile davanti o dalle pareti partono schizzi a raffica.

Quindi, se tanto mi da tanto, nell’unica attrazione ambientata in mezzo all’acqua, dovresti venire fuori lavato. E infatti, ai tronchi sull’acqua di jurassic park, c’era un’unica discesa. Ma RIPIDA. E come se non bastasse quando atterri partono getti d’aria sommersi per lavarti meglio. Risultato: io completamente piombo, la macchina fotografica salva per miracolo. Il che, considerando che sta per tornare freddo come al solito, non va per niente bene.

Nel gelo pià totale ci guardiamo lo spettacolo di quattro tizi che massacrano i Blues Brothers, specialmente la povera Aretha Franklin, e poi ripartiamo verso un autolavaggio. Ne aveva di sporco quella macchina… quasi 12.000 km di polvere!

Meta temporanea un pub, per una birra e una partita a stecca. Temporanea mica tanto, dato che restiamo lì fino alle 2 di notte… Eh già perché stasera si riparte. E non si torna in motel: si va direttamente in aeroporto e si fa una dormita là.
Arrivati in aeroporto, un casino infernale. Non di gente, ma di audio: c’è un allarme che fischia e non accenna a smettere. Siccome che sto diventando sordo, chiedo a una tizia che cos’è sto rumore. “E’ un allarme”. “E non è che può fare qualcosa per farlo smettere?” “E’ un allarme che suona”. Ma dai. E io che credevo che dovesse mettersi a raccontare barzellette alla gente. Dimmi perché suona e se mai finirà, no??

Ad ogni modo dopo un’oretta smette da se. Facciamo il check-in, consegnamo i bagagli (yeah! ci sto per 4 etti!) aspettiamo il mezzo, saliamo la scaletta, e ci lasciamo l’america alle spalle.

Io l’ho fatta.
Tutta, e anche di più.


Km percorsi oggi: 92
Km totali: 11.857
Luogo: Los Angeles, CA

Stati attraversati: New York, New Jersey, Pennsylvania, Delaware, District of Columbia, Virginia, Maryland, Ontario(CAN), Ohio, Kentucky, Indiana, Tennessee, Arkansas, Oklahoma, Texas, New Mexico, Colorado, Utah, Arizona, Nevada, California, Baja California(MEX)

venerdì 13 agosto 2010

Giorno 27

E veniamo ad oggi. Ricordiamolo, siamo a Los Angeles. Oggi è l’ultimo giorno libero, che domani è già tutto programmato. Guardate la mappa. Voi cosa fareste?

Partenza soft e di mattina presto si scende a San Diego, “The Finest City” of California. Ed in effetti è vero. Qui SI che ci sono le bianche spiagge da film americano! San Diego è bellissima, decisamente poco affollata (il parcheggio 25c per 2 ore!), il parco centrale immenso con palazzi stile architettura spagnola misto araba. L’organo a canne all’aperto più grande del mondo, con concerto gratuito ogni domenica pomeriggio. Ci fermiamo a sentire le prove e poi andiamo in spiaggia.

E qui è un paradiso. Sabbia bianchissima e spiaggia curata, costruzioni stile sia antico che moderno ben tenute. Altro che quella merda di Malibu. Anche il tempo è decisamente migliore: soleggiato e meno ventoso che sulle coste più a nord.

Non possiamo fermarci a fare il bagno, anche se meriterebbe. Dopo aver visitato il museo aerospaziale di San Diego (la capsula di atterraggio e il modulo di comando dell’Apollo 9!!!) andiamo al porto dove oltre a cinque incrociatori c’è ancorata una portaerei completa di almeno una trentina di velivoli e quasi completamente esplorabile! Invece dell’oretta preventivata ci mettiamo più di tre ore, e quando torniamo alla macchina fortunatamente niente multa.

Sono le tre. Siamo a San Diego. Si parte, e si va. Si va verso un paese civilizzato, dove non usano galloni e miglia imperiali, ma litri e chilometri come vuole il sacrosanto sistema internazionale. Si va. Dopo 20 chilometri siamo IN MESSICO!

Il confine messicano è INESISTENTE. Non un casello, non una guardia, NIENTE. Strada dritta. Peccato, e io che volevo il timbro sul passaporto. Un paio di chilometri oltre e finalmente ci troviamo sulla Avenida Revolucciòn, centro di Tijuana. Parcheggiamo in angolo Emiliano Zapata (che non credo sia quello dell’Udine) e andiamo a fare un giro da bravi turisti.


E qui sembra di essere entrati in un bazar del Cairo. Veniamo ASSALTATI da qualsiasi venditore possibile immaginabile, a ogni negozio cercano di venderci l’oggettistica più improponibile, dalla classica maglietta I love Tijuana a crocifissi scala 1:1 a bambole di Hello Kitty (che qui pare evidente riscuotere un certo successo). Ma insistenti eh! Ti corrono dietro col loro babbilamme, finchè capiscono che non c’è trippa per gatti e ti lasciano per un altro turista.

Sosta in una bettola per un immancabile margarita (brindando al nome di Guido Gomirato) e faccio l’errore del secolo. Il tizio porta delle tortillas con due salse, una rossa e una verde. E’ evidente: quella rossa è con peperoncino piccantissimo. Via con quella verde. aaaaAAAAAaAAAAAAARRRRRRRRGGGHHHH!!!! Frullato di jalapenos a 6000 gradi farhenheit!!!!!!!!! Piango. Tanto. E non per la commozione di aver brindato a Gomirato. Superato l’iniziale shock e dopo aver stemperato la lingua con il margarita (che tanto non ho sentito neanche di cosa sapeva, che ero assolutamente anestetizzato al sapore) riprendiamo il nostro giro in centro.

Facciamo una certa fatica a passare oltre i venditori dei vari negozi, che insistono a cercare di accalappiarci in tutti i sistemi (NO!! Non lo voglio il busto scala 1:1 del Che! E neanche quello di Hello Kitty!!), finchè decidiamo che hanno definitivamente rotto le balle e torniamo indietro.


E tornare indietro non è mica facile come venire di qua. Adesso SI che c’è il confine. Dopo aver sbagliato strada 28 volte che qui il navigatore non prende, un’ora e passa di coda e perquisizione approfondita del veicolo (nota: sul passaporto ho ancora la foto di 8 anni fa… con i capelli lunghi!), evitiamo di passare anche alla perquisizione corporale e rientriamo negli Estados Unidos de America.

Si torna a LA e si prepara la valigia. Oggi è l’ultima notte: domani visita agli Universal Studios e poi non si dorme che tanto alle 6 di mattina abbiamo il volo.

Siamo quasi alla fine…


Km percorsi oggi: 497
Km totali: 11.486
Luogo: Los Angeles, CA

giovedì 12 agosto 2010

Giorno 26


Giorno 26

I did it! I did it! Tanto per citare Vito Catozzo: porco il mondo che ciò sotto i piedi! Ce l’ho fatta!
Dato che, come dice il proverbio, chi fa da se fa per tre, oggi ho fatto da me. E ho fatto per tre. Anche per quattro, valà.
La settimana scorsa eravamo arrivati davanti alle porte della Death Valley. Poi abbiamo preso un’altra strada perché… non si sa (la supercazzola prematurata come se fosse antani). E quindi? Che fo, mi tengo la gola di essere arrivato davanti e di non averla attraversata? Ma quando ci torno??

Non sia mai!

Di buon mattino prendo la macchina e esco da Los Angeles. Direzione il confine col Nevada: vado a farmi la traversata della Death Valley da solo!

Per la strada, già a 30 km da Los Angeles, il clima comincia a migliorare. Riesco anche a togliermi il maglione (wow!). Anche il paesaggio cambia: si ritorna a terra e cespugli anziché sabbia e palme, i colori diventano più caldi man mano che si prosegue, fino ad arrivare al giallo intenso delle montagne.

Controllo il pieno… ce l’ho, l’acqua… sufficiente. Prendo un panino. Ho tutto quello che mi serve. Posso entrare.

Entro e… lo spettacolo è notevole. Un deserto di sale e sabbia, a lato le montagne, una strada che passa in mezzo e nel mezzo SOLO IO. Nient’altro. Il pieno che ho fatto un 50km prima di entrare mi permette di attraversarla tutta, che anche volendo, anche il “centro visitatori” nel mezzo del parco non ha pompe.

La vista è spettacolare sia dal basso della vallata sia dalle punte più elevate (la strada ti fa passare da 0 a 4000 piedi sul livello del mare almeno 2-3 volte in 200km), ma è guidare nel deserto la cosa che ti dà più soddisfazione. Tu, a manetta sulla strada, nel nulla, e i cactus che ti passano a fianco.

Guardo il termometro: dai 66°F di Los Angeles siamo passati a 112°F! E non si sta mica poi tanto male: l’aria è molto secca e anche all’esterno della macchina è assolutamene piacevole. Solo il mio panino li sente tutti: si è sciolto nella carta dove l’ho lasciato ed è diventato un pastone immangiabile.

La traversata di suo dura un paio d’ore, nel mio caso parecchio abbondanti dato che mi sono fermato mille volte a far foto e video. No buono: il lavoro del giapponese che mi ha pulito il sensore l’altro giorno è già da rifare. Mi è rientrata la sabbia dentro. Che macchina fotografica di merda.

Ma non importa: io ci sono stato, anche se le foto non rendono giustizia.

Dopo più di 10 ore, i 900 e passa chilometri che ho fatto si fanno sentire. Rientro a Los Angeles stanco ma soddisfatto. E domani… beh… mancherebbe ancora qualcosa… e ci voglio andare. E ci andrò.

Km percorsi oggi: 968
Km totali: 10.989
Luogo: Los Angeles, CA

Stati attraversati: New York, New Jersey, Pennsylvania, Delaware, District of Columbia, Virginia, Maryland, Ontario(CAN), Ohio, Kentucky, Indiana, Tennessee, Arkansas, Oklahoma, Texas, New Mexico, Colorado, Utah, Arizona, Nevada, California

mercoledì 11 agosto 2010

Giorno 25

E vediamoci questa sopravvalutata Los Angeles.
Diciamo che qui è un po’ come in GTA San Andreas. Dopo una certa ora anche Hollywood Boulevard non è un posto granchè raccomandabile. Non parliamo di Sunset Boulevard. Quindi com’è il resto della città?

Di prima mattina si va quindi a vedere la scritta che ieri è risultata non fotografabile per troppo buio. Solo noi nei campi. Quindi, o stiamo sbagliando qualcosa, o questa scritta suscita poco interesse. Vabè, foto di rito e ce ne andiamo.

Scendiamo a Beverly Hills e ci facciamo un giro per il centro in Rodeo Drive, quella con le palme, per intenderci. Ma se in Beverly Hills Cop sembrava che stessero morendo di caldo, qui non fa lo stesso effetto: è ancora mattina e la camminata serve pià che altro a scaldarci dal freddo. E poi Taggert diceva che “le bionde di un metro e 80 in california crescono sugli alberi”. E invece era un mentitore: qui il massimo che puoi trovare è una panzona messicana di un quintale e 20.

Per carità, ogni tanto la Julia Roberts della situazione la incroci, ma sebbene l’abito non faccia il monaco pare sempre evidente che qua il mestiere reso celebre dal film va per la maggiore.

Ci spostiamo a Bel Air dove gira che ti rigira, dopo mille tentativi, la troviamo: la casa degli zii di Willy il principe di bel air!! Dopo questa soddisfazione, ci guardiamo attorno. Le case non sono certo brutte, anzi, sono belle case, ma non quelle megaville hollywoodiane che ti aspetti. Sono case che da noi sarebbero considerate di un certo livello ma non esagerate. E’ che qui già elevarsi un pelo sopra la baracca di ethernit è considerato di un certo livello. La vicinanza con il messico si fa sentire…

Breve capatina all’immancabile canale di scolo delle fogne di LA, che appare in un migliaio di films, scendiamo a Long Beach per vedere la Queen Mary di quel simpaticone di Snoop Dogg. Sì sì, c’è. Ma cosa c’è davanti? Un sottomarino sovietico completamente visitabile!
Prendiamo subito i biglietti e scendiamo di sotto: non immaginatevi uno di quei sottomarini nucleari belli larghi alla ‘Caccia a ottobre rosso’, questo è un classe Foxtrot, alimentazione diesel e elettrica, corridoi più stretti possibili, spazio brande ancora meno. Niente male, ma mi chiedo come abbiano fatto ad averlo qui! E’ proprio vero che in russia si vende di tutto…

Dopo aver bevuto la famosa Leninade (“espropria la tua sete!”) torniamo verso casa. Ennesimo hamburger (stasera abbiamo fatto due statistiche: è tipo il 38° panino in 25 giorni…) e andiamo nei campi sulle colline a prenderci Los Angeles by night dall’alto.
Non ci restiamo molto: di notte ricomincia a fare un freddo cane, e domani ci aspetta (MI aspetta, ma non vi anticipo niente) una giornatina decisamente pesante… Stay tuned!

Km percorsi oggi: 231
Km totali: 10.021
Luogo: Los Angeles, CA

Stati attraversati: New York, New Jersey, Pennsylvania, Delaware, District of Columbia, Virginia, Maryland, Ontario(CAN), Ohio, Kentucky, Indiana, Tennessee, Arkansas, Oklahoma, Texas, New Mexico, Colorado, Utah, Arizona, Nevada, California

martedì 10 agosto 2010

Giorni 20-24

Una connessione! Ho trovato una connessione! Sembra impossibile ma sono cinque giorni che per un motivo o l’altro manco da internet. E anche se qualcuno se ne rattristerà: no, non sono morto. Ho avuto problemi di pubblicazione.

Comunque, il mattino del giorno 20 si riparte dal Sequoia Park per visitare lo Yosemite Park, più a nord. Che più o meno è come l’altro, solo più in pendenza. E con più scoiattoli. Un cervo mi passa di fianco, si gira, mi fissa per un minuto buono e poi va via. Evidentemente la mattina non sono molto interessante.

Dopo un bel po’ di camminate (che si fanno sentire sul fisico, camminate anche voi 3-4 ore al giorno e riuscirete a contrastare gli effetti del McDonalds quotidiano) ripartiamo in direzione San Francisco. Il tempo è bello, soleggiato e caldissimo. Ma quando arriviamo a 20 km da San Francisco il tempo cambia di colpo. E quando dico di colpo intendo che ISTANTANEAMENTE siamo entrati in una zona di nuvole basse e nere. Così fino alla destinazione. Quando entriamo attraversando il Bay Bridge, tiro giù il finestrino per fare una foto e… GELO! Controllo la temperatura della macchina e segna 50°F, circa 10°C! A San Francisco al 5 di Agosto ci sono 10 gradi!!!

Ci accomodiamo in un motel degno di Auschwitz e domandiamo un po’ in giro. Sembra che questo clima sia normalissimo, nebbia compresa. Non si va mai sopra i 15-16°. A settembre sembra che migliori un po’. Insomma, a San Francisco son tutti con vestiti pesanti, e noi gli unici tre in giro di sera in pantaloni corti. Che io mi sarei aspettato di tutto, ma non di trovare l’inverno…

Comunque, dopo un giro a Chinatown di sera, che fa sempre piacere, almeno il freddo limitava la puzza di carogna, ritorno con la littorina a molla in motel (la prima volta che metto le coperte!).

Il giorno dopo la nebbia lascia qualche ora di scampo (nel senso che stava a un 30 metri di altezza) e quindi il Golden Gate è visibile almeno per metà. Niente Alcatraz: i biglietti sono finiti fino a dopo ferragosto (!). Al Pier 39 riesco a comprare una felpa, che non avevo niente di pesante sennò. Ah, non andate a mangiare il panino col granchio sul molo: fa cagare.

Comunque, dopo un bel po’ di giri su e giù per le salite di San Francisco capisco che tutto questo io l’ho già visto. Riassumendo: è tutta in salita e discesa, sul mare, fa perennemente freddo, tira un vento assurdo e puzza di pesce. Vi ricorda qualcosa? Ma certo! E’ la Trieste del nuovo mondo! Solo che questa è molto meglio: non perché sia più bella, che fa cagare uguale, ma perché non ci sono triestini!

Il giorno dopo ci diamo alle vedute della città per quanto la nebbia permette e ci spostiamo un centinaio di chilometri fuori città, in previsione della discesa a Los Angeles.

Si riparte da Salinas il 23° giorno e si scende mica prendendo l’autostrada, troppo facile, si prende la statale 1, che costeggia l’oceano. E non è mica tutta spiaggia, anzi, son curve di montagna. Io son seduto in parte, e la cosa sembra non piacere per niente al mio stomaco. Arriviamo a Santa Barbara in tardo pomeriggio e ci facciamo un giretto turistico in centro. Non male, è carina sì, ma secondo me Lignano è anche meglio. Fa sempre freddo, e infatti non c’è poi tanta gente a fare il bagno. La gente si veste pesante.

Ripartiamo per Malibu e cercando un motel via internet scopriamo che non c’è neanche un posto libero. Quindi o a Malibu non esistono alloggi, o è così affollata da non avere una camera a disposizione.

Dormiamo fuori città e la mattina successiva scendiamo verso le bianche spiagge di Malibu con quella di fare il bagno nell’oceano. E qui restiamo male. Gente, le bianche spiagge di Malibu non esistono, e a Malibu non c’è niente di niente. Solo alghe e puzza di mare.

Dopo essere restati fin troppo in quel posto, proseguiamo verso Santa Monica, dove hanno girato Baywatch. Già un po’ meglio, almeno le spiagge sono spiagge, per desolate che siano. Pamela Anderson non c’è. Solo alghe e gabbiani che la fanno da padrone. Il termometro segna 19°… ma si va lo stesso!!! Cinque minuti cinque che poi comincio a diventare blu, e mi stendo ad asciugare. Sta anche uscendo il sole, quindi quasi quasi mi asciugo per davvero.

Mentre andiamo a fare un giro per il centro, in un viale centrale strutturato come quello di lignano per intenderci, un nero al McDonalds ci spiega che effettivamente in California è così. In California non fa caldo. Fa freddo. Da mezzogiorno alle tre la nebbia dà un po’ di tregua e il sole scalda come può, ma sostanzialmente c’è da battere i denti. Citerò la ditta delle prugne per pubblicità ingannevole. Non sono le prugne che fanno cagare. E’ la California.

Sul tardo pomeriggio ci spostiamo a Los Angeles. Sempre mediamente freddino, sui 20°. Andiamo a fare un giro a Sunset Boulevard dove non c’è niente se non la copia deforme di Mickey Rourke che ci viene incontro barcollando con una bottiglia in mano. Direi che fa il paio con quello che abbiamo trovato nel motel, il clone cileno di Salvatore Bagni.

Si devia per la Hollywood Boulevard e si passeggia sulla Walk of Fame. Quando trovo la stella di Chuck Norris mi fermo. Dai, davvero, non si può.

Decidiamo di andare a vedere la famosa scritta di Hollywood. Sarà anche notte, ma è sempre illuminata no? Bene, dopo mezz’ora di macchina per stradine di montagna, passiamo alle strade di campo, finchè arriviamo a un 100 metri di distanza. Quanto male è messa Hollywood.

Fammi capire. Siamo nei campi. La scritta è là sopra. Decisamente piccola e decisamente al buio. Che hanno contro l’illuminazione?? Voglio dire, da noi illluminano ogni tipo di insegne e negozi e qui non metti due fari a illuminare la scritta??? Non sono riuscito neanche a fare foto che non venivano, in nessun modo. E i lampioni? Ci stanno male due lampioni in Sunset Boulevard? Mah.

Comunque, dopo questa, si va a dormire. E spero che domani questa West Coast migliori un po’.

Ma del resto, l’avevo predetto: dopo la Monument Valley, il nulla…

Km percorsi dall’ultimo aggiornamento: 1.385

Km totali: 9.790

Luogo: Los Angeles, CA

Stati attraversati: New York, New Jersey, Pennsylvania, Delaware, District of Columbia, Virginia, Maryland, Ontario(CAN), Ohio, Kentucky, Indiana, Tennessee, Arkansas, Oklahoma, Texas, New Mexico, Colorado, Utah, Arizona, Nevada, California

giovedì 5 agosto 2010

Giorno 19

Sinceramente, comincio a essere un po’ stanco.
Non tanto per la strada in sé, quanto per il fatto che le cose si complicano quando meno te l’aspetti. Si credeva di essere in vantaggio sulla tabella di marcia, invece si scopre che ci manca un giorno e non sappiamo dove prenderlo. (ho già detto che abbiamo fatto 800 km per l’anima del cazzo?)
Oggi giornata di tutta tranquillità, con partenza relativamente presto, sempre per l’anima del cazzo perché tanto fisicamente oggi si puo’ prendere una sola “attrazione”: il Sequoia National Park.

Si entra, e già volano bestemmie. Altro che ANAS! All’interno del parco sono che fanno lavori e le due corsie diventano una sola a senso alternato. Che lo alternano ogni mezz’ora. Solo che di 20 persone che ho visto sulla corsia impegnata, 19 stavano a grattarsi la pera e quello più impegnato stava tenendo su il cartello “slow”. Un posto d’oro. Devo farmi assumere.

Quando finalmente riusciamo ad entrare scopriamo che sì l’ingresso ci dà diritto di circolare all’interno del parco, ma c’è un altro biglietto da comprare se si vuole accedere alla Crystal Cave. E dove si compra il biglietto? All’ingresso del parco? All’ingresso della grotta? Ma certo che no! In culo ai lupi in un ufficio in fondo al parco, mi sembra ovvio! Altri 20 km di tornanti per prendere i biglietti e io sto cambiando colore.

Nel mentre che attendiamo il nostro turno facciamo un giro per la foresta. Ci sono alberi. Grandi. Mal tenuti, devo dire. A meno che tenere a sdavasso i tronchi degli alberi rotti e secchi non sia una qualche strategia che va oltre la mia comprensione.

Poi dopo una buona discesa a piedi verso la caverna, in cui si raccomandano 30mila volte di non toccare niente perché “se toccate le stalattiti il grasso corporeo crea una patina che praticamente va a finire che le stalattiti non crescono più”, manco avessi del grasso di motore addosso, entriamo.
La grotta è bella, niente da dire ma… perché si chiama “Crystal Cave” se qui di cristalli non c’è neanche l’ombra??? “Eeee, perché bla bla bla gli scopritori han deciso così”. Evidentemente gli antichi americani, quando andavano a esplorare le foreste, per resistere al freddo si sbomballavano ben bene di grappa americana. Tra l’altro devo ammettere che qui dentro fa un freddo boia. 10°, non di più. Quindi forse, gli avi non avevano tutti i torti.

Loro erano giustificati, ma la guida, la classica obesa americana devastata dal Big Mac, no. L’esposizione degli ambienti si puo’ riassumere solo come “una marea di cazzate a nastro”. Che ho capito che stai parlando a una platea di americani, ma ricordati che ci sono anche degli europei, nel mezzo…

Dopo dieci minuti buoni nel freddo e nel buio (“spegnete le torce: anbelivebol! Siete mai stati così completamente al buio??” Ogni volta che spengo la luce, direi…) si decide a proseguire il percorso.

E uscimmo a riveder le stelle.

E’ prestino e ci spostiamo verso lo Yosemite Park. E io sono qui che penso: dove lo tiriamo fuori il giorno che manca? Ho già detto che abbiamo fatto 800km senza nessun motivo? L’ho detto? L’ho detto???

(Nella foto: I chips)

Km percorsi oggi: 297
Km totali: 8.405
Luogo: Oakhurst, CA

Stati attraversati: New York, New Jersey, Pennsylvania, Delaware, District of Columbia, Virginia, Maryland, Ontario(CAN), Ohio, Kentucky, Indiana, Tennessee, Arkansas, Oklahoma, Texas, New Mexico, Colorado, Utah, Arizona, Nevada, California

mercoledì 4 agosto 2010

Giorno 18

Giorno 18

Questo giorno è stato un giorno veramente inutile, quando invece vi erano tutte le premesse per renderla una giornata indimenticabile.
E non aggiungerò altro, perché sono un signore.

Km percorsi oggi inutilmente: 784
Km totali: 8.108
Luogo: Visalia, CA

Stati attraversati: New York, New Jersey, Pennsylvania, Delaware, District of Columbia, Virginia, Maryland, Ontario(CAN), Ohio, Kentucky, Indiana, Tennessee, Arkansas, Oklahoma, Texas, New Mexico, Colorado, Utah, Arizona, Nevada, California

Giorni 16 e 17


In questi giorni si è dormito pochino, in verità. Non c’è stata una vera distinzione tra il giorno e la notte, quando si voleva si andava in giro, quindi facciamo un post riassuntivo di queste due giornate.

Allora, Las Vegas non si visita per fuori. Si visita per dentro. O meglio, se cerchi di visitarla per fuori ne rimani un po’ deluso, perché non è tutta sta gran roba – almeno per me. A parte alcune eccellenti eccezioni, le costruzioni sono abbastanza anonime e poco illuminate. Quindi se volete vedere Las Vegas, non visitatela di notte, ma di giorno. E qui cade il problema.

Gli americani hanno il vizio del climatizzatore, dovunque e comunque, e piuttosto che rischiare che nell’ambiente ci sia un grado fahrenheit di troppo ti tengono sotto zero. Di contro, fuori fa ababstanza caldino, considerando che sei in una città in mezzo al deserto. Quindi quando cominci a visitare un po’ di casinò entri esci e rientri, cominci a sentirne gli effetti. Specialmente la sera. A scosse. L’alimentazione non aiuta. Voglio dire, siamo a Las Vegas dove c’è tutto, riuscirò a trovare una pizza? Sì che si riesce, ma per gli americani pizza italiana = olio e una carriola di origano. Altre scosse.

Per dentro i casinò sono enormi, non ti lasciano uscire, e se ti lasciano in realtà ti accorgi che era solo un corridoio di collegamento col casinò a fianco. Insomma, tornare fuori sulla strada è una vera impresa. Comunque, quando cercano di mantenere uno stile classico, si somigliano un po’ tutti. In qualche caso però devo dire che si sono impegnati parecchio. Arrivi al Venetian e ti becchi nell’ordine il palazzo ducale, il campanile di San Marco e il ponte di rialto in scala 1:2! Con tanto di gente che passa in gondola e ti porta in giro per DENTRO il casinò.

Piazza San Marco, spettacolare. Non si riesce a capire se sia un dipinto o una cosa proiettata ma il cielo sopra i palazzi è davvero realistico. Le case in giro curate nei dettagli, con tanto di cantante lirica italiana sul palco.

Dopo un po’ di giri torniamo al nostro casinò. Partita a biliardo contro un messicano. La partita più lunga della mia vita. E il messicano più fastidioso che abbia mai incontrato. Una zecca.

Il giorno dopo, sveglia tardi, per una volta, e nuovo giro sulla strip. Non siamo più abituati a stare fermi in un posto, in effetti ci si comincia ad annoiare. O forse dato che i casinò sembrano tutti uguali anche le giornate sembrano tutte uguali.

Movimentiamo la giornata con le montagne russe del New York (strano, una tamarrata del genere) e la sera visita alla Stratosphere Tower, con vista della città dall’alto ma soprattutto coi tizi che fanno caduta libera con argano da 200 metri! Perché non ci sono andato? Per 99 $ di buoni motivi…

Km percorsi oggi: 0
Km totali: 7.324
Luogo: Las Vegas, NV

Stati attraversati: New York, New Jersey, Pennsylvania, Delaware, District of Columbia, Virginia, Maryland, Ontario(CAN), Ohio, Kentucky, Indiana, Tennessee, Arkansas, Oklahoma, Texas, New Mexico, Colorado, Utah, Arizona, Nevada

domenica 1 agosto 2010

Giorno 15

Piove. Governo ladro. Ciononostante la sveglia è prima del sole (che tanto non c’è) in puro stile “noi il pass l’abbiamo pagato e lo sfruttiamo fino in fondo”. Arriviamo al Grand Canyon (dopo un pieno di benzina che costava il 30% più del normale) e il tempo fa veramente cagare. Nebbia. Pioggerellina fissa. Anzi no, non è nebbia: sono nuvole basse, e noi ci siamo sopra. (foto di repertorio del giorno precedente)

Inutile guardare dal bordo del canyon: non si vede niente. Decidiamo quindi di prendere un sentiero, dove la 626 non esiste, che porta fin sotto al canyon. Dislivello 1300m in 12km. E il sentiero è a strapiombo sull’orrido. Bello.
Considerando che la pioggia aumenta, che per terra abbiamo pantano fino alle caviglie, e che con queste nuvole non si vede comunque una beneamata fava dopo un paio di km decidiamo di tornare su. Però… all’andata non mi sembrava così ripida…

Si parte sconsolati direzione Skywalk, vale a dire che qualcuno ha costruito un ponte in vetro a strapiombo sul canyon, ma per arrivarci bisogna fare un 300km di cui più di 60 di sterrato! E vabbè, almeno da là si vedrà qualcosa.

Dopo aver ritinteggiato gli esterni e anche parte degli interni (il ricircolo dell’aria non è che funzioni tanto…) arriviamo. E chiediamo. Scusi quanto cost… COS’E’ CHE VUOI TU??? 70$ ciascuno per salire sul ponte??? Cos’è, è di platino e me lo vendi????

Dato che con 70$ ci compriamo almeno 12 acri di terreno da queste parti decidiamo di levare i tacchi abbastanza incazzati, se non altro per lo sterrato che abbiamo fatto.

Direzione? A questo si salva la giornata arrivando anzitempo a Las Vegas, dopo breve passaggio sulla diga di Hoover.

La diga è bella ma… che brutto paesaggio, ragazzi. Sassi. Sabbia e sassi. Sabbia, sassi e cactus malfatti. E con colori che vanno dal vomito di gatto alla diarrea che ti sorprende mentre sei in coda alle poste. Davvero, desolante. Anche l’ingresso alla stessa Las Vegas (perché non ho visto quel cavolo di cartello bianco là? L’hanno tolto??) non è granchè. Per fuori è una città industriale, per dentro cerca di fare il paio a Times Square con i suoi colori, ma sembra solo una brutta copia. Sarà perché è ancora giorno.

Sono le 10: ora si esce. E magari, con il buio e l’illuminazione, lo spettacolo cambia.

Ecco le prime impressioni al rientro. La differenza tra il caldo esterno e il clima interno è fastidiosa. Ma si sa che gli americani ce l’hanno fissa col clima, figuriamoci qui. Lo stradone principale della strip non mi sembra Las Vegas. Sembra Barcellona di 10 anni fa. Voglio dire, io me lo immaginavo splendente A GIORNO! Invece è abbastanza buio, gli hotel, i “monumenti”, tutto illuminato vagamente. La piramide del luxor ha quattro luci in croce sugli spigoli che il mio albero di Natale gli dà 10 a 0! E allora cosa resta?

Resta un vialone mediamente affollato, ma non eccessivamente, dove i messicani cercano di abbordarti con i volantini delle tizie più disparate, come a Barcellona. Così come lo sporco o l’illuminazione. Le montagne russe che escono dal “New York”. Il castello dell’Excalibur. Ma poi entri e ti accorgi che si sono dimenticati dell’ambientazione, che resta solo esterna. E quindi?

Quindi resta un parco giochi molto costoso (Cosa vuoi tu??? Minimo 15$ al black jack e doppio zero alla roulette? Yo! Ma lo sanno che in Slovenia ci sono tavoli da 2 euro con zero singolo??? Ma tanto gli americani non sanno calcolare le probabilità…) e di un kitsch estremo (cos’è quella? La tour eiffel in scala 1:2???).

Dopo aver visto un 3-4 posti in fretta stasera, che eravamo pure stanchi, andiamo a dormire per averre una visione più chiara domani. Ma così, a prima impressione… mah. Mi ha lasciato molto freddo. Kitsch, sì. Divertente, no.

Km percorsi oggi: 602
Km totali: 7.324
Luogo: Las Vegas, NV

Stati attraversati: New York, New Jersey, Pennsylvania, Delaware, District of Columbia, Virginia, Maryland, Ontario(CAN), Ohio, Kentucky, Indiana, Tennessee, Arkansas, Oklahoma, Texas, New Mexico, Colorado, Utah, Arizona, Nevada

sabato 31 luglio 2010

Giorno 14

Sveglia all’alba e, dopo esserci congedati dal simpaticisssssimo gestore indiano (no, non indiano d’america, indiano d’india), i cui genitori possano morire e reincarnarsi in due scrofe, pieno di benzina (“Last gas stop for next 200 miles”!!) e partenza in direzione Monument Valley.

Da qui in poi effettivamente la civiltà finisce: nemmeno un baracchino per la strada, niente di niente. Ma lo spettacolo vale la strada. Credetemi, per quante foto e quanti video io abbia potuto fare, non rendono neanche minimamente quello che abbiamo davanti. I canyon e i torrioni, scavati dall’acqua che non c’è più, deserto in un raggio di 500km, non un’anima viva in giro.

Ogni angolo di strada è uno spettacolo e ci fermiamo ogni cinque minuti a scattare foto. E finalmente arriviamo sotto i torrioni. Ed è ancora più bello, se si può fare una scala. New York, Liberty Island, Washington, le cascate in canada, NIENTE è paragonabile a questo.

Ci spingiamo fin dove puo’ arrivare la macchina e poi proseguiamo a piedi. No, niente sentieri, visto che tanto dobbiamo andare a piedi decidiamo di tagliare in mezzo al deserto.
Passano i chilometri sotto il sole e la strada comincia a farsi sempre più impervia. Prima roccia piatta, poi un lungo tratto di dune sabbiose, l’ultimo tratto è tutto in salita. Per arrivare dal punto in cui abbiamo lasciato la macchina alla base del Mitten Butte ci sono a occhio e croce 5-6 chilometri, a metà strada verso abbiamo già finito l’acqua. L’altezza del posto di certo non aiuta: anche se non sembra siamo su un altipiano a 2000 metri, e si fa più fatica del normale.

videoMa riuscire ad arrivare fin sotto e toccare con mano quello che hai visto da lontano nelle ultime 100 miglia di strada ti dà la sensazione di aver compiuto un’impresa degna di nota. Il sole scotta parecchio, ma poteva anche bruciare: guardate questo video e ditemi se non ne valeva la pena (e che lo spirito di Mauro Repetto mi perdoni). E’ uno dei posti che ho sempre voluto visitare, e forse adesso capisco che sia l’unico sul pianeta che merita tanto. Ci siamo solo noi tre in questo deserto: nessun altro turista, niente di niente per centinaia di chilometri, finchè si riesce a guardare all’orizzonte. Solo due cani del deserto. (Cos’è che mangiano QUI?? Spero le capre che abbiamo visto prima...)

Dopo questa esperienza tutto il resto mi sembrerà merda. Tutta la West Coast. Nulla mi può smuovere. Se dovete scegliere un’ultima cosa da fare nella vostra misera esistenza, venite qui. E fatela a piedi. Scoprirete che fino a quel momento avete solo perso tempo.

Nota di colore: quando ci siamo girati per tornare indietro abbiamo leggermente sbagliato la valutazione della direzione della macchina. Così i chilometri nel deserto sono diventati tipo 14-15… se non altro mi sono abbronzato…

A mezzogiorno con il sole a picco ripartiamo in direzione Grand Canyon, con breve deviazione verso un’inutile antico pueblo indiano. Questo ci fa perdere un po’ di tempo e arriviamo al Grand Canyon che sono già le sei. Entriamo, e come se non bastasse si mette a piovere. Decidiamo quindi di spostarci per cercare un alloggio. Stasera posso andare a dormire con la sensazione di aver visto tutto quello che dovevo vedere.


Km percorsi oggi: 424
Km totali: 6.722
Luogo: Tusayan, AZ

Stati attraversati: New York, New Jersey, Pennsylvania, Delaware, District of Columbia, Virginia, Maryland, Ontario(CAN), Ohio, Kentucky, Indiana, Tennessee, Arkansas, Oklahoma, Texas, New Mexico, Colorado, Utah, Arizona

venerdì 30 luglio 2010

Giorno 13

Ci svegliamo il prima possibile, per limitare al massimo la nostra permanenza in questo posto che puzza di retro di ristorante indiano.

Si parte alla volta di un paesino vicino Denver, dove si trovano la tomba e il museo di quel coglione di Buffalo Bill. Mai potuto sopportare. Dopo aver regalato ai locali i miei consueti 5$ ci spostiamo verso la prossima meta, cioè più vicino possibile alla monument valley.
Perché siamo venuti a fare questo giro assurdo quando invece bastava girare a sinistra in New Mexico? Perché dicono che la strada che si fa per arrivare a sud dal colorado merita questa deviazione di 1000km. Mi sembra una cazzata.

Man mano che proseguiamo però devo ammettere che è vero: un paesaggio così credo che non esista da nessuna parte al mondo. E le foto che ho fatto non rendono giustizia.

Lo stop è in un motel a 100km dalla monument valley. In un paese desolato. E la domanda è: ma che lavoro fa sta gente che non c’è niente nel raggio di 300km? Qui non puoi neanche fare il contadino: su questa terra qui ci crescono solo le erbacce, quando va bene. video

Km percorsi oggi: 1.045
Km totali: 6.298
Luogo: Blanding, UT

Stati attraversati: New York, New Jersey, Pennsylvania, Delaware, District of Columbia, Virginia, Maryland, Ontario(CAN), Ohio, Kentucky, Indiana, Tennessee, Arkansas, Oklahoma, Texas, New Mexico, Colorado, Utah

giovedì 29 luglio 2010

Giorno 12

Non lo so. Qua la gente è davvero particolare.
Ci chiedono da dove veniamo, - Italia - rispondiamo. - Ah, stranieri. – Sì, stiamo cercando di arrivare a Los angeles.
Fanno tutti una faccia strana. Quella faccia che non hanno alba di cosa abbiamo detto e per non fare brutta figura stanno zitti. Non sanno dove sia Los Angeles!
Questa gente non si è mai mossa di qui. Non hanno mai visto il mare, non sanno cosa sia, non lo concepiscono come idea. Questa gente è sempre rimasta qui, vivendo di agricoltura e vendendo i prodotti ai viaggiatori, ma non si sono mai chiesti dove cavolo andasse tutta questa gente o perché lo facesse. Sanno che ci passa la gente, che gli porta dei soldi, e questo è sufficiente. Per questa gente la Route 66 non è un sistema per viaggiare. E’ un posto dove stare fermi. Nascono, vivono e tirano le cuoia qui. Abbastanza triste.

Texas. L’erba sta cominciando a lasciare il posto a sabbia e terra rossa, gli alberi si abbassano finchè diventano cespugli. Ci fermiamo all’unica cosa da vedere che puo’ offrire un posto così desolato: le macchine piantate nel terreno del cosiddetto ‘Cadillac Ranch’ ad Amarillo. Che vi assicuro, stanno veramente nel niente. Non so come abbiamo fatto a trovarlo: qui non esiste indirizzo.

“Hereford: capitale del manzo”. Comincio a sentirmi male. Un tanfo allucinante!!!!!! Credetemi, io non ho mai sentito una puzza di marcio, merda e fertilizzante così costante e penetrante. Oltre che la nausea mi è venuto perfino mal di testa da tanto questo odore ti entra dentro.

Svolta verso sud, verso Roswell. Ci avanzano tre ore per fare 400km, ma qui non è più autostrada: siamo sulla statale 60, direzione Messico. Accidenti, solo quattro giorni fa eravamo in canada!
Momenti di panico quando ci accorgiamo che la macchina che abbiamo in lontananza davanti a noi è una volante di un texas ranger. No, non walker. E difatti non ci ferma, anzi, si butta sull’erba (!) e parte nell’altra direzione. Meglio per noi.

Il paesaggio è veramente da suicidio, almeno prima ogni tanto c’era qualche collinetta, ora è solo terreno piatto e brullo, non si vede nessuna costruzione fino all’orizzonte, almeno 300 chilometri.
Nota di colore, nonostante le dimensioni siano immense, la prateria è sempre recintata: qui la proprietà privata è sacra, anche se dentro non c’è assolutamente niente.

Il museo del piffero di Roswell chiude alle 5. Più o meno l’ora in cui ci aspettiamo di arrivare. E questa è una cosa brutta ma brutta brutta, perché vuol dire perdere mezza giornata di viaggio, attendere inutilmente che venga sera ma soprattutto dormire QUI. Cosa che cercherei di evitare a tutti i costi.
Siamo nel niente, solo noi per la strada. Cominciamo quindi a pestare un po’ sull’acceleratore. Recuperiamo bene, ma a salvarci è qualcosa che non avevamo considerato: il New Mexico sta nel Mountain Time Zone e quindi guadagnamo un’ora intera!

Comincia a piovere. E qui capiamo di essere vicini a i pozzi di petrolio. Quando piove, cade un odore intenso di super, che neanche quando a Genova sono passato vicino alle raffinerie della Erg. La stessa acqua è un po’… strana. Tende a scivolare via dal vetro molto più facilmente. Lo ha perfino sgrassato dalle cagate di piccione.

Roswell, finalmente. L’espressione di come si puo’ rovinare un paesino con la merda. Insegne con alieni dovunque, così, a caso, anche in una fioreria. E poi… niente. Siamo venuti fin qui perché Chiarcos è un fan dell’argomento. Pago i miei 5 dollari di ingresso, chiedo dov’è il gabinetto, espleto le mie funzioni corporali ed esco. La pisciata più costosa della mia vita.

Mentre sono fuori, comincio a pensare che, con un piccolo sforzo, in un paio d’ore siamo in Messico. Ma mi rendo anche conto che, a parte altro deserto, non dev’esserci granchè neanche di là. Solo miseria come qui. E questa è la ricca america.

Dopo mezz’ora di attesa fuori (che se stavo dentro spaccavo tutto e non è il caso), escono anche gli altri due. Chi sorridente, chi no. Comunque we saved the day, e possiamo ripartire verso nord ancora una volta. Ormai comincio ad abituarmi al deserto.

Dai che siamo belli, dai che siamo giovani e riattraversiamo ancora una volta tutto il New Mexico. Temporale atomico compreso. Tra una cosa e l’altra (l’acqua che costa cinque volte più della benzina, la gente che ci guarda storto perchè siamo targati Massachussets, Daniele che fa amicizia con i locali...) ci ritroviamo in Colorado.
E' ora di dormire...


Km percorsi oggi: 1231
Km totali: 5238
Luogo: Walsenburg, CO

Stati attraversati: New York, New Jersey, Pennsylvania, Delaware, District of Columbia, Virginia, Maryland, Ontario(CAN), Ohio, Kentucky, Indiana, Tennessee, Arkansas, Oklahoma, Texas, New Mexico, Colorado

mercoledì 28 luglio 2010

Giorno 11

Ci svegliamo un po’ demoralizzati, consci che le prossime 3-4 giornate saranno passate quasi completamente in macchina.
Andiamo a visitare l’unica cosa che puo’ offrire Memphis: la villa di Graceland, la casa di Elvis.
Mai visto qualcosa di così pessimo gusto. Kitsch in una maniera assurda, tappeti moquette e tendaggi dovunque, pavimenti e soffitti compresi, specchi ogni 2x3, e via di questo passo.
Comunque, mi aspettavo dimensioni esagerate americane, invece è una casa tutto sommato piccola. E’ solo arredata male, ecco.

Verso le 11 si riparte e via che si va, e appena usciamo da Memphis superiamo il Mississippi: anche qui diciamo che potrebbe assomigliare tipo al torre, ma con tanta più acqua. Ormai niente mi puo’ stupire. Specialmente dopo aver visto per strada un tizio che ha deciso di riparare lo sportelletto della benzina, un po’ ballerino, INCHIODANDOLO con un asse alla fiancata della macchina. Che fa il paio con quello che andava in giro tranquillamente con la marmitta per terra. E quello che stava aspettando la buca giusta per far staccare il paraurti dietro.

La nostra direzione attualmente è da qualche parte dopo Oklahoma City. Città famosa per un bel niente. Anzi no, nel ’95 un ex-marine ha fatto esplodere tre palazzi con un’autobomba di fertilizzante. Per qualcosa bisogna pur essere famosi.

Man mano che procediamo il paesaggio si modifica verso qualcosa di più rurale e meno cittadino. In giro si vedono solo vecchi col pickup e camion, per la strada gli alberi lasciano il posto a balle di fieno e vacche. Del resto, non manca molto per arrivare in Texas, e come ci rigorda il tenero Maggiore Hartman in Texas nascono solo due cose: i tori e le checche. Quando ci fermiamo in un’uscita della freeway I40 per fare benzina, apriamo la porta e ci accoglie una penetrante zaffata di stallatico. Odore di merda, per dirla. Ecco l’essenza dell’Oklahoma.

Questo aggiornamento vi arriva un po’ in ritardo, perché qua comincia a non funzionare niente. Non c’è una grande copertura. Ai veri texani non serve, il cellulare. Prendono un indiano e gli fanno scrivere un segnale di fumo.

Se non altro mi consola guardare la cartina e vedere dove siamo arrivati!

martedì 27 luglio 2010

Giorno 10

Ci svegliamo vivi dall’Overlook Hotel. Ripartiamo quindi subito per il sud.
La tappa di oggi si prospetta essere uno spostamento senza tante emozioni, dato che stiamo entrando nel niente.
Non è che sia particolarmente caldo, ma l’afa è davvero opprimente. Per quanto possibile si cerca quindi di stare in macchina. La meta di metà giornata sta a 500 km di viaggio: destinazione Lynchburg (361 anime), sede della Jack Daniels Distilleries.
Per la strada pian piano il paesaggio comincia a cambiare. Via i guard rail. Via i lampioni. Via il divisorio tra i sensi di marcia. In compenso più copertoni abbandonati da schivare.

Arriviamo all’una e mezza del pomeriggio, in leggero anticipo. Saliamo subito sul pulmino del tour e da soleggiato che era si scatena IL DILUVIO UNIVERSALE. La guida dice tour rimandato, perché la prima tappa è all’esterno. Quando alle tre e mezza siamo ancora lì e la pioggia anche, comincio a pensare che gli americani hanno qualcosa che non vanno. Non sono pronti agli imprevisti. Se il loro piano prevede tot è tot, cascasse il mondo, e non è ammissibile far vedere alla gente solo le parti interne saltando la prima, inutile, tappa esterna.

Detto questo, dato che come italiani il buon senso ce l’abbiamo ancora, ce ne andiamo e ripartiamo, stavolta direzione Memphis.

Il maltempo ci perseguita: perdiamo delle ore in autostrada a 40 all’ora perché non si vede assolutamente niente, che neanche nelle serate di nebbia più fitta non mi è capitata. A un certo punto attimo di panico quando acqua a carriole, un boato assurdo e ZAM! un fulmine si scarica a non più di 20 metri in parte alla macchina!
Se non altro il ritardo viene recuperato perché siamo appena entrati nel Central Time Zone, e abbiamo tirato indietro l’orologio di un’ora.

A 20 km da Memphis ci fermiamo e prendiamo una camera in un motel.
MAI PIU’. Non posto le foto per decenza.

Il meteo alla radio recita di dighe saltate e disastri per millemila miliardi nelle zone che ci siamo lasciati alle spalle, sembra che il temporale sia stato effettivamente forte.
Guardiamo il TG: era un tornado! Dietro Nashville!!
Col culo che abbiamo sono sicuo che ADESSO piove da matti e appena entriamo nel deserto sole senza sconti.


Km percorsi oggi: 900
Km totali: 3100
Luogo: Memphis, TN

Stati attraversati: New York, New Jersey, Pennsylvania, Delaware, District of Columbia, Virginia Maryland, Ontario(CAN), Ohio, Kentucky, Indiana, Tennessee

lunedì 26 luglio 2010

Giorno 9

Il risveglio è sempre più difficile. Attendo solo di arrivare a Las Vegas, che è la meta più vicina in cui abbiamo più di una giornata di stop, così mi posso prendere una 24 ore di dormita. Piccolo problema: mancano ancora un 5000km…

Non vado neanche a fare colazione che tanto è inutile, metto due banane in zaino e partiamo verso le cascate. Tempo un’ora siamo là. Si capisce dove siano già da lontano, che il fiume butta giù tanta di quell’acqua che viene sollevata una nube di vapore modello fungo atomico che si vede da chilometri.

Lo spettacolo è decisamente interessante, per essere mattina, peccato solo per il tempo nuvoloso che non accenna a migliorare. Mettiamola così, è come essere sul tagliamento, ma con più acqua e più cascata. Dopo aver pagato il parcheggio più caro della storia (20$!! La prossima volta mi faccio mettere la multa che mi conviene) abbandoniamo la rinomata celeberrima stupefacente ospitalità canadese (affanculo, và) per tornare negli States che contano. Se non altro un punto a favore del canada c’è: usano km/h e litri al posto di mph e galloni.

Tornati di là il tempo sembra confermare che sì, dobbiamo stare di qua: appena passato il ponte viene fuori un sole che mai. E qui capisco il potere della pubblicità. Son tutti che dicono che le cascate si vedono meglio lato canada, ma qui 1) abbiamo trovato parcheggio gratis 2) c’è un ponte sospeso sul vuoto e un ascensore che per 1$ ti porta fin sotto 3) sei decisamente molto più vicino.
Nei 20 secondi di ascensore, facciamo subito amicizia con l’ascensorista, o per meglio dire LUI fa amicizia con noi “Hi guys, myyy frieeeends, i’m gonna take you down, down, doooown and then up, up and down! Heeeeeyyy, itaaalia!”. La droga fa male ai neri di mattina…

Dopo le foto di rito (che ce le siamo fatte da noi, che gli americani hanno ampiamente dimostrato di avere tutti costantemente un senso dell’inquadratura come io mi intendo di astrofisica gamma) si riparte direzione sud, destinazione dintorni di Nashville. Piccola deviazione per entrare a Cleveland a vedere lo stadio degli sfigatissimi Indians (che ricordiamolo non vincono un campionato da 49 anni). Ricky Vaughn non c’era. Neanche Cerrano. Peccato.

Riprendiamo la marcia verso sud non prima di esserci fermati in un autogrill per fare acqua. Manovra che non riesce perché c’è un bambino di 6 anni che è in bagno da un quarto d’ora e dai rumori che si sentono ne ha ancora per un bel po’. Alla fine sarà stato dentro mezz’ora! E’ piccolo, ma ne fa tanta ah… Comunque, vado dietro un camion con fare sospetto e nel raggio di 28km in ogni finestra c’è qualcuno che mi guarda. Prima che arrivi la polizia e mi arresti per concimazione non autorizzata, andiamo via.
Ah, non vi preoccupate, il bambino è uscito dal gabinetto. Nero (di pelle), sbiancato (per lo sforzo della creazione), ma soddisfatto del prodotto, anche se ancora provato dall’esperienza.

Guardiamo la cartina e decidiamo di dirigerci verso Daytona, così per dare un occhio anche al circuito della Nascar. Fortunatamente dopo 20 minuti cambiamo rotta evitando di fare la figura di merda più grande della storia: Daytona quella-del-circuito non è questa qui in Ohio, ma sta in Florida! Diobono, anche gli americani! Sempre gli stessi nomi di città in tutti gli stati! Prima siamo passati vicino Parma e Verona!! E meno male che ci siamo accorti in tempo, già mi immagino la scena: “Scusi signora, dovè lo speedway di Daytona?” “Eh, prendete la statale e andate dritti per 3000 km…”

Dopo un bel po’ di strada è ora di fermarci per mangiare qualcosa. Entriamo al “Wendy’s”, attratti dall’insegna “original hamburgers”. -35° dentro. Un odore penetrante di blave e fen. Mosche sul soffitto della cucina. Fino a che punto sono “original” questi hamburger? Con la scusa che abbiamo aspettato troppo in coda andiamo via e entriamo in un Burger King. E qui incontro la mia nemesi.
Nota mentale #1: MAI e ripeto MAI prendere qualcosa che non conosci. DR. PEPPER: segnatevi questo nome. Dici, il colore è quello, sarà un terzo tipo oltre a coca e pepsi. E invece no: è coca dolcissima mescolata con uno sciroppo denso di ciliegia. Frizzante. Bisogna essere davvero rincoglioniti per bere di gusto una cosa del genere.

Mangio facendo bocjatis, butto via l’orrida miscela, e ripartiamo: altri 100km, dai. L'autostrada comincia a cambiare. Le buche e i copertoni abbandonati aumentano. A un certo punto non c'è più neanche un lampione. Niente guard rail. Niente di niente. Che autostrada è??
Comunque, ci fermiamo in un motel sulla strada. Sembra l’Overlook Hotel di Shining, con tanto di vecchia mezza pazza. E no, non abbiamo la stanza 237.

Domani indagherò meglio.
Buongiorno ai miei 25 lettori europei. E buonanotte a me.


Km percorsi oggi: 900
Km totali: 2200
Luogo: Sparta, KY

Stati attraversati: New York, New Jersey, Pennsylvania, Delaware, District of Columbia, Maryland, Ontario(CAN), Ohio, Kentucky

domenica 25 luglio 2010

Giorno 8

Giorno 8

Quanto ho dormito stanotte? Credo 4 ore… ci svegliamo prima del sole per andare a prendere i biglietti per l’obelisco prima che finiscano, non facciamo neanche colazione e usciamo. Alle 7:30 ci sono già 34° fuori! Arriviamo in centro e cerchiamo la biglietteria. Già da lontano capiamo dov’è. Dove c’è una fila immensa! Quando arriva il nostro turno i primi biglietti avanzati sono per la salita di mezzogiorno! Decidiamo quindi di spostarci e andare a fare due foto sotto la statua dei marines che alzano la bandiera (notare il senso della fotografia degli americani. Chiedi una foto a un giapponese e te la fa perfetta, chiedila a un americano e te la fa tagliando le cose importanti!). Dato che sono passate da poco le 11 e che in fin dei conti la tappa di oggi si prospetta piuttosto ciccia, abbandoniamo il Tex e la salita all’obelisco e montiamo in macchina.

Quasi 900 km ci separano dalla nostra meta di oggi, e questo ci dà il tempo di riflettere su alcuni punti importanti. Per esempio perché l’autogrill di prima era A SINISTRA (e quindi con uscita sulla corsia più veloce dell’autostrada)? Da notare lo stato PIETOSO delle autostrade statunitensi. Piene di buche e con copertoni e cadaveri di bestie dovunque. Che se non stavo attento prima demolivamo la macchina: un sacco bello grosso pieno di non so cosa in mezzo alla corsia più veloce! Per schivarlo io e la macchina davanti ci siamo buttati a mezzo sull’erba. E ha funzionato.

Per la strada, traffico intenso ma scorrevole. Da dire che qua si sorpassa sia a destra che a sinistra, oltre che a svoltare a destra col rosso, e spesso capita che ti trovi due pirloni, sulle due corsie, alla stessa velocità che bloccano il traffico, quindi anche volendo non puoi spingere più di tanto. Che, poi, anche volendo, il nostro mezzo mi sembra parecchio musso. In sesta non tira (anzi, decelera perché non ce la fa!). In quinta non tira. In quarta vagamente. Seriamente, le macchine americane sono davvero pietose. 4000 benzina, consuma come un dragster e non-si-muove. Se a questi gli dai una punto 1.2 multijet fanno festa un mese!

Ci fermiamo a un autogrill (finalmente! Ci sono tratti dove per 200km non c’è NIENTE, e se devi fare benzina sei semplicemente cagato) e qui comincio a chiedermi cosa c’è che non va nelle nostre facce. Ci hanno chiesto la carta d’identità praticamente dovunque. Daniele che chiede un pacchetto di sigarette, io che prendo un gratta e vinci, noi quattro Tex compreso che ordiniamo da bere ieri sera. Evidentemente per gli standard fisionomici americani dobbiamo dimostrare tutti e tre 15 anni… per fare benzina mi hanno chiesto la patente perché “doveva controllare se avevo 16 anni”!
Da segnalare il sistema antischizzo che hanno installato nei pisciatoi a muro: sopra la classica griglia, una porta da calcio con appesa alla traversa un pallone, e uno deve cercare di fare gol usando il getto.

Gira che ti gira (l’ho già detto che questa macchina beve come una spugna?), dopo 8 ore di viaggio abbiamo attraversato tutto il Maryland e finalmente rientriamo nello stato di New York, destinazione Niagara Falls. Ci avviciniamo al paese cercando una sistemazione per la notte e… surprise! Non si trova un motel neanche a pagarlo oro! O meglio ce n’è uno che ha ancora una stanza… a 300$ a notte. Meglio evitare. Cosa facciamo? Andiamo avanti, andiamo avanti… e va a finire che sbordiamo in canada!!

Un altro timbro si aggiunge al passaporto e dopo mezz’ora abbondante di coda entriamo in territorio canadese. L’hotel che abbiamo prenotato sta a circa 30 km oltre il confine, arriviamo tardi ma soddisfatti e… surprise! Nonostante la prenotazione NON CI SONO CAMERE libere, perché il sito ha fatto casotto!
Ci facciamo dare un accesso a internet (almeno quello ah!) e cerchiamo un altro posto, impresa abbastanza difficile dato che tutti i posti ma proprio tutti sono al completo (ci dev’essere un concerto multiplo nella zona U2-IRON MAIDEN-AC/DC domani mattina, altrimenti non si spiega). Troviamo e prenotiamo un altro hotel libero (il cellulare non prende più in canada e da una cabina telefonica le interurbane vengono 3,75$ al minuto!!) che però sta ancora 60 km più in là (ma poi interurbane di cosa?? Per 60km??).

Ripartiamo cenando in macchina (Yeah! Un Subway in Canada che tiene aperto fino a mezzanotte!) e alla fine arriviamo poco dopo mezzanotte in questo posto sperduto in mezzo alla siberia. Attimi di panico perché anche qui il portinaro comincia col dire che “Ah no, non mi è arrivata la prenotazione” ma poi si riprende e ci dà la camera.

Ora, è l’una, e questa giornata può dirsi conclusa. Per domani non lo so, riuscire a tornare in territorio USA e fare un po’ di strada sarebbe già una grande conquista.

Km percorsi oggi: 900
Km totali: 1250
Luogo: Burlington, ON (CAN)

Stati attraversati: New York, New Jersey, Pennsylvania, Delaware, District of Columbia, Maryland, Ontario(CAN)

sabato 24 luglio 2010

Giorno 7

Mi risveglio con lo stomaco montato al contrario. Dev’essere stato il panino polpette pomodoro e parmigiano che ho mangiato ieri a Philadelphia. E scusate l’allitterazione. Comunque, andiamo a fare colazione e cerco di risistemare gli interni con uno shock di zuccheri: pancake con salsa di fragole. Solo che agli americani che ci precedono il pancake viene perfetto, il nostro, una volta aperto il marchingegno, è più una forma informe molliccia. Segno che oggi sarà una giornata difficile.
Infatti usciamo e fuori ci sono 40° all’ombra. E quando arriviamo nel centro di Washington ci accorgiamo che NON C’E’ OMBRA.
Sbagliamo strada quelle 7-8 volte e alla fine decidiamo di andare nel cimitero commemorativo di Arlington. Avete presente quello con una pletora di tombe tutte uguali che si vede nei film? Ecco, quello lì. E qui si capisce perché gli americani non hanno futuro. Attraverso la strada DUE metri fuori dalle strisce pedonali e una guardia mi cazzia. Poco più in là, altre maledizioni perché sono uscito dalle strisce pedonali andando in diagonale nella direzione del marciapiede. E le strisce attraversavano un tratto di strada CHIUSA AL TRAFFICO. E c’eravamo solo noi tre. E guarda caso erano due neri. Io capisco tutto, ma fare o far fare le cose senza chiederti perché lo stai facendo, mi chiedo come torni a casa la sera. Boh. Comunque, l’andata su per le colline è tragico, ma il ritorno in macchina è devastante. Più il tempo passa e più la temperatura aumenta.
Prima di pranzo riusciamo a fare anche un giretto al pentagono, lì vicino, dove parto con una riflessione sul perché il loro sistema di intelligence abia fallito più di qualche volta. Non si possono fare foto da lontano al pentagono perché potresti essere un terrorista (…) ma se ti avvicini a piedi c’è un’area in cui c’è scritto che PUOI fare foto. Tralaltro, se fai il giro attorno in macchina, puoi fare quello che vuoi nel tuo automezzo. E allora?
Lasciamo questo posto per andare in centro. Giriamo per trovare un parcheggio (benedetto clima!) e finalmente riusciamo ad avvicinarci al Lincoln Memorial, praticamente dove fanno le proclamazioni dei presidenti. La temperatura è sempre più critica: un termometro segnava circa 114°F al sole (circa 46°C), e adesso se ne sentono decisamente di più. I venditori ambulanti di acqua se ne approfittano e ritoccano i prezzi (2,05$? Dove vuoi che ti vada a prendere i 5cent??). Noi andiamo avanti più che altro per inerzia, dato che il caldo ci ha fatto passare la fame a tutti e tre. Alle 3 circa riusciamo a essere sotto il monumento ai costruttori di meridiane (o almeno credo che l’obelisco serva a quello) e chiediamo per i biglietti. Che, essendo gratis, sono stati leccati tutti la mattina e non si possono acquistare oggi per domani.
Dopo aver preso un po’ di ombra (sto assumendo un colore preoccupante) ripartiamo e dopo un po’ raggiungiamo la casa bianca. E finalmente. La maglia che ho addosso è da vulcanizzare (diobono l’avevo appena comprata) e siccome siamo abbastanza vergognosamente sudati ci tengono a un miglio dalla porta. Loro e il terrorismo! Questo la dice lunga su quanto funzioni la CIA. Da notare il cecchino sul tetto. Prima di scoprore che qualcuno di noi ha brufolo rosso che gira in mezzo agli occhi decidiamo di andare via. Da notare che davanti alla casa bianca non c'è qualche monumento particolare ma l'orto di Obama. Voglio vederlo, la domenica in ciabatte a sticcare nell'orto.

Altra scarpinata per raggiungere la metro, e si arriva al campidoglio, sede del congresso. (Tralaltro, la metro di Washington è una delle cose più brutte e malfatte che abbia mai visto). Mi guardo in uno specchio: sono diventato un marocchino. Mentre siamo al campidoglio mi chiama il Tex: è arrivato a Washington! Ci dirigiamo nuovamente verso la macchina e lo troviamo. Convenevoli di rito e andiamo a cercare un posto per la notte.
Ne troviamo uno a buon prezzo fuori Washington ma non lo prenotiamo via internet, vuoi mai che non ci accettino data l’ora tarda. Quindi andiamo direttamente là. E qui mi si disfacciono i coglioni.
Fammi capire, tu, americano, cerchi di fregare un italiano? Ma quando mai? “Sorry, ma non ci sono camere da 4, men che meno a quel prezzo che avete visto voi. Posso darvi due doppie presidential al doppio del prezzo” “Sicomeno. Ciao” Usciamo dall’hotel, ci connettiamo alla SUA rete wifi, prenotiamo pagando online e rientriamo con un sorriso a 32 denti. “Guarda, ora abbiamo una prenotazione” “Aah, ma allora avevate la prenotazione, sapete, le camere erano finite” …non stiamo neanche a spiegargli che la prenotazione l’abbiamo fatta dopo che siamo usciti che non riuscirebbe a capire la figura di merda che ha appena fatto.
Riesco a scollarmi di dosso la maglietta, che ormai era diventata una seconda pelle, e vado sotto una meritata doccia fredda.Poi che dire, la serata si conclude con una cena in un fast food dove ci porta il Tex. Sì, si mangia bene, il posto non è male. E ANCHE LE CAMERIERE.

Km percorsi oggi: 30
Km totali: 350
Luogo: Washington, DC

Stati attraversati: New York, New Jersey, Pennsylvania, Delaware, District of Columbia, Maryland

venerdì 23 luglio 2010

Giorno 6

E' arrivato il giorno della partenza. Ci svegliamo prima del sole con quella di partire abbondantemente presto ma, l'unica cosa che otteniamo è quella di farci fregare meglio da un tassista indiano. Che avrei anche voluto stare a questionare, ma siccome tempo non ne abbiamo, si paga e si va via.
L'ho già detto che gli americani mi danno poca fiducia? All'agenzia di autonoleggio stanno UN'ORA per trovare che macchine hanno a disposizione e DOVE le hanno messe. Non male. Scegliamo il mezzo (una Chevrolet Malibu che beve come un cammello) e partiamo prima di perdere altro tempo. Detto fatto, e il cellulare mi abbandona: niente più connessione. Bene.
Mentre cerco di trovare una soluzione, siamo già usciti da New York, abbiamo attraversato il New Jersey e siamo arrivati a Philadelphia, in Pennsylvania. Che, come posto, è decisamente curioso: prezzi bassi nei negozi ma i parcheggi si pagano CARISSIMI. Perfino negli hotel! Mentre pensiamo a dove alloggiare, andiamo a vedere il museo dell'indipendenza, dove hanno firmato la dichiarazione. Quattro stanze piene di polvere con un sacco di sedie tarlate. E non c'era neanche il foglio originale: c'era un POSTER.
Dopo questa interessante esperienza (ecco perchè si entrava gratis) decidiamo di andare a fare quello per cui siamo venuti qua. Come poteva mancare il video? videoDopo aver dato prova del grande allenamento fisico che mi porto dietro, e aver dimostrato a tutti che Rocky mi fa un baffo, entriamo a contatto con l'umorismo locale.
Museo delle belle arti: "E' aperto il museo?" "Sì" (pausa di riflessione di un paio di minuti) "Ma chiude fra 5 minuti". E cosa mi dici di si allora?? Museo di Benjamin Franklyn: "E' aperto il museo?" ...il resto lo conoscete. (Tralaltro, un museo che chiude alle 4? A che ora ha aperto? Alle 5 di mattina??)
Comunque, il programma prevede pernottamento in Phila. Ma, considerando i prezzi folli dei parcheggi (che si sta 5 minuti solo a capire se PUOI parcheggiare o no, tanto sono incasinati i cartelli), e il fatto che non siamo stanchi, che facciamo? Riprendiamo la macchina e ci dirigiamo verso Washington! Verso le 10 entriamo in Delaware e ci fermiamo a una ventina di km dal punto di arrivo. Troviamo un hotel (con internet! ehvai) e andiamo in camera che domani arriva il Tex..

Giorno: 6
Stati attraversati: 4
Km percorsi: 350

giovedì 22 luglio 2010

Giorno 5

Ultimo giorno per noi, a New York. Domani finalmente si parte! Dormirò stanotte? Decisamente si, dato che sono abbastanza in arretrato. La giornata non prevede niente di particolare dato che nei primi tre giorni ci siamo letteralmente sfondati di strada; come prima cosa quindi si va al museo di storia naturale, quello del film, per intenderci.
Devo dire che è davvero grande, dato che quando usciamo è già l'una e mezza. Quattro piani, pieni in ogni angolo di esposizioni e bambini neri che urlano e sbattono i sassi dappertutto. Un casino infernale. E per dirla come il telespettatore medio di telefriuli: ma i genitori dove è che sono i genitori?? C'erano anche i giapponesi, ovviamente, ma altrettanto ovviamente se ne stavano in rispettoso silenzio. Sono ninja, loro.
Usciamo sotto un sole che spacca le pietre e andiamo a farci un giretto nel castello in mezzo a Central park. Che si sa, quando si va a vedere un parco il primo giorno, capita di dimenticarsi UN CASTELLO dentro il parco. Nonostante le foto già fatte, un l'inquadratura del genere merita un'altro click.
Dopo un lauto pasto da un ambulante (credo che il 98% dei newyorkesi vada dagli ambulanti: sono gli unici generi commestibili reperibili), ci facciamo un altro paio di vasche in 5^Avenue, acquisti da turisti e per completare andiamo in 23^Str a vedere (l'orrendo) Flat Iron building. Che, per brutto che sia, mancava solo quello...

Ora, che dire, torniamo presto in hotel perchè abbiamo visto tutto ma proprio tutto quello che si poteva vedere, e poi domattina il programma prevede sveglia alle 5 per una partenza rapida. Da qui in avanti, non so quanto spesso troverò una connessione per postare aggiornamenti: il mio cellulare sta muorendo e vedrò di affidarmi a qualche wifi-spot, se ne trovo in giro. Quindi se non pubblico niente per un paio di giorni, non preoccupatevi. Potrei non essere morto.
E ora... si parte!

mercoledì 21 luglio 2010

Giorno 4

Sembra impossibile ma siamo arrivati al quarto giorno a NY e nessuno è stato ancora ucciso o arrestato. La sveglia viene data sempre più tardi e quando siamo abbastanza coscienti per prendere la metro sono già le 10 e mezza.
Oggi è il turno di Little Italy! Che di italiano ha ben poco dato che vedo solo filippini e americani. Ma forse gli americani pensano che i filippini sono italiani e viceversa. Comunque, qualche italiano (terrone, cosa pretendete) lo troviamo lo stesso: praticamente a ogni ristorante c'è gente che cerca di portarti dentro. Inutile tentare di spiegargli che a quest'ora antelucana per i nostri bioritmi tutto quello che va dentro ti torna anche fuori dalla stessa parte da dove è entrato.
Decidiamo di spostarci.
Ora, immaginatevi il posto più sporco, unto, putrido, maleodorante, che trasudi essenza di cadavere da ogni piastrella. Ecco, quel posto è Chinatown. E probabilmente le zaffate di merda che sentivamo ogni 2x3 erano cinesi morti in decomposizione. Attraversiamo il tutto in apnea e arriviamo a un parco con un campo da calcio. Vuoi non far vedere che sei italiano? Vuoi non metterti a giocare a pallone a Chinatown? Prendiamo un cinese (che aveva il pallone, punto interessante) e ci mettiamo a giocare nel campo. Dopo un'oretta il mio fisico dice che è ora di basta e cerchiamo di sfiatare. (Comunque, un motivo c'è se la Cina non arriva ai mondiali neanche di striscio, eh).
Bon, detto che è quasi ora di pranzo e non siamo riusciti a farci sfilettare neanche a Chinatown decidiamo di andare a vedere il Bronx. E qui, delusione: anche da qui ne usciamo integri. Anzi, i neri si dimostrano più cordiali di quanto ci si aspettasse. Non tentano neanche di rapinarci.
Visitina allo Yankee Stadium (cosa vuoi tu? 30$ per una palla da baseball??) e via che si torna a Manhattan. Ci facciamo tutta Brodway (permettetemi una foto artistica) e andiamo a vedere il Madison Square Garden.
Tra un acquisto e l'altro, si avvicina ora di cena e dopo essere passati a vedere il porto turistico sull'Hudson andiamo a concludere indegnamente questa serata.
Il primo giorno, avevamo preso tre biglietti per uno spettacolino insulso di comici dilettanti (grave errore: mai comprare niente quando a pubblicizzare per strada mettono una che supera il 6,5). Ci andiamo e... prima inculata: abbiamo sì i biglietti, ma arrivati lì scopriamo che oltre a quello ci sono due consumazioni obbligatorie. E passi noi, ma... e gli americani che SANNO quello che stanno facendo? Si vede che questo Inculata Comedy dev'essere uno spettacolo di gran richiamo. Comunque, questi comici mi lasciano alquanto perplesso. Battute scontate, ripetitive, ma basta ficcare dentro qua e là un "fucking" e gli astanti ridono come deficienti. "Blah, blah, il tempo, blah, gli italiani, blah FUCKING". E giù ridere.
Ho già detto che americani = basso QI? Nel caso, repetita juvant...

martedì 20 luglio 2010

Giorno 3

La camminata di ieri si è fatta sentire: nonostante la sveglia sia stata puntata alle 7:30, prima delle 9:30 non siamo operativi. Decidiamo di andare a prendere il traghetto per Liberty Island anche se il tempo non sembra essera proprio perfetto. A metà metropolitana però comincia a entrare gente bagnata con ombrelli al seguito. E vabbè, modifichiamo i nostri piani e cambiamo linea, per andare al Peggy Guggenheim museum.
Usciti, c'è qualcosa che non quadra: un sole che spacca le pietre. Nota mentale #1: gli americani escono con l'ombrello anche se non piove, e lo bagnano prima di uscire di casa per non sembrare stupidi.
Comunque, grazie a uno sconto studenti (yeah! vedi che serve portarsi il tesserino dell'EX università :) ) paghiamo i nostri 15$ e entriamo nella spirale di Frankie LLoyd Wright. Dopo il primo giro, cerco di informarmi per una qualche politica di rimborsi, ma non ottengo risposta. Quattro quadri di Kandinsky (i più brutti), quattro quadri di Monet (e ok) e poi... IL NULLA!!! Al P.G.Museum non c'è NIENTE!!!! Fotografie inutili, atrocemente brutte e insignificanti! Roba che se mi concentravo io mi venivano 10.000 volte meglio!!! Quando al 5^ giro di spirale trovo un muro, largo, vuoto, con la scritta "questo muro bla bla rappresenta il vuoto creativo dell'artista x che bla bla..." decido che è ora di darci un taglio: adesso tentano di spacciarmi per opera d'arte anche dove NON SANNO COSA METTERCI. Uomini, l'arte costa: vedete di spendere o beccherete pochi ingressi. Altro che muri bianchi.
Usciti, il sole è ancora meglio: decidiamo quindi di fare quello che dovevamo fare molto tempo prima: Liberty Island! Dopo una coda interminabile e TRE dico T R E controlli aeroportuali (ma i poliziotti di questi controlli sono tutti degli esaltati? Mi tirano la roba, vedono terroristi dovunque, e io non devo dire che i neri sono tutti rincoglioniti? Secondo te il mio taccuino, che dì quello che vuoi ma a te non te lo do, è una bomba?) finalmente riusciamo a mettere piede sull'isola. Spettacolo! Vista da lontano è grandina, ma da sotto è ancora meglio! C'è libero accesso fino al piedistallo più alto (la corona è chiusa perchè ci sono terroristi dappertutto) e la coda è decisamente più breve che non quella dell'empire state building (forse i 156 gradini senza ascensore hanno fatto un po' di selezione naturale). Dopo un meritato pranzo (verdura! ho trovato della verdura! 11$ però...) altro giretto e ci mettiamo in coda per il secondo traghetto. E qui, sfiga: per 10 persone 10 rimaniamo fuori dall'ultimo traghetto che porta a Ellis Island. Dobbiamo quindi prendere quello successivo che riporta direttamente a New York. Scesi, decidiamo di fare un giro per il financial district. Niente da dire, bello, ma dopo un po' i grattacieli cominciano a diventare tutti uguali. Toccata di rito alle palle del toro (foto: reuters) e andiamo a fare un giro a Ground Zero (un immenso buco pieno di pantano e i neri che ci lavorano dentro). E' ancora presto per andare a cena, decidiamo quindi di andare a fare qualche foto artistica nei giardinetti di fronte a manhattan, vicino al ponte di Brooklyn. Non male, anche se per farci fare una foto da due tizi (daniele, guarda che sono due mormoni) dopbbiamo sorbirci un quarto d'ora (daniele, guarda che poi non ti mollano più, prendi qualcun'altro) di pistolotto sul padreterno (ettelavevodetto...).
Tutto molto bello e finalmente riesco a fare quello che dovevo fare: andare con i piedi a mollo nell'oceano, nonostante l'ilarità generale degli astanti. Dopo aver rischiato di morire quelle 20-30 volte, sia per le cadute sugli scogli scivolosissssimi, sia perchè non è acqua, è merda, decidiamo di andare a mangiare al Pier 17. E per dove si va? Che discorsi: traversata notturna del Brooklyn Bridge! A metà comincio a non sentire più i piedi (come fanno quello che corrono di notte per qua??), il che mi permette di arrivare al traguardo della mia maratona: Subway, segnatevi questo nome. Il panino migliore che ho mangiato qua.